Storytelling, intelligenza artificiale e pandemia

Joseph Sassoon è esperto di brand e storytelling, ricercatore, autore e conference speaker. È fondatore e leader di Alphabet e insegna Brand Storytelling al Master in Marketing Utilities and Storytelling Techniques dell’Università di Pavia.

A distanza di 2 anni dalla pubblicazione del mio libro Storytelling e intelligenza artificiale: quando le storie le raccontano i robot (Franco Angeli, 2019), molte cose sono cambiate. Le tecnologie non hanno cessato di progredire e, soprattutto, il mondo ha dovuto fare i conti con gli effetti stravolgenti di Covid-19. Fino a tempi recenti non ho avuto modo di riflettere molto sulla possibilità che la pandemia abbia avuto un impatto significativo sul tema di cui mi sono occupato nel libro. Tra il coronavirus e la capacità crescente delle macchine di entrare sul terreno dello storytelling, messa a fuoco in quel testo, non c’è una relazione evidente. Ma a pensarci meglio con l’aiuto di alcuni contributi recenti, una relazione esiste e può avere conseguenze di grandissima rilevanza.

Come messo in risalto dallo studio di Cognizant, From Eyes to Ears: Getting Your Brand Heard in the New Age of ‘Voice’, uscito nell’Ottobre 2020, la pandemia ha prodotto due mutamenti fondamentali nei comportamenti delle persone. Il primo: ha allontanato la gente dal rapporto in precedenza così stretto e abituale col touchscreen. Che si tratti dell’iPad di qualcun altro o addirittura dello schermo di un Bancomat, la diffidenza verso le problematiche igieniche delle superfici è diventata un atteggiamento collettivo. Il secondo mutamento è legato agli effetti dei lockdown e delle tante situazioni di isolamento: queste esperienze hanno indotto in molti un rinnovato desiderio di interagire con voci umane.

Il passaggio dall’usare gli occhi per leggere testi e le dita per il gesto dello swipe, ad usare la voce e le orecchie per parlare e ascoltare, è una svolta ricca di implicazioni. E avviene in una fase in cui le tecnologie della voce stanno facendo progressi strepitosi. Certo, si può pensare che la nostra reticenza a toccare le superfici sia un fenomeno transitorio, destinato a svanire appena il virus sarà stato sconfitto. Ma come nel caso del remote working, che secondo quasi tutti gli esperti continuerà ad accompagnarci anche nell’epoca post-Covid, pure il crescente ricorso alla voce, spinto dalle preoccupazioni sanitarie, potrà rimanere a lungo con noi. Anche perché nulla garantisce che questa pandemia sia l’ultima della serie (nel mondo molti altri virus premono sui confini fra comunità umane e territori oggetto di devastazione ecologica).

Non è difficile immaginare in quali ambiti, nel prossimo futuro, la voce potrà subentrare all’abitudine di sfiorare superfici poco igieniche: dagli schermi per registrare la spesa del supermercato a quelli delle banche, dai totem nei negozi alle auto a guida autonoma, dai tasti dell’ascensore alle macchinette per le bibite e il caffè. Ovunque la gente preferirà chiedere le cose di cui ha bisogno — e ottenere risposta — usando la voce. Il che prefigura un’era in cui robot e assistenti virtuali, senza alcun bisogno di avere sembianze antropomorfe, potranno parlarci attraverso le macchine più diverse. Le storie che ci racconteranno non saranno forse belle come fiabe, ma potranno comunque risultare molto, molto utili.

È probabilmente per questo che, nel suo studio, Cognizant prevede che già nel 2024 il numero di entità artificiali dotate di voce supererà il numero di esseri umani.

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